Oltre il Codice: L’IA è davvero intelligente?
- Valentina Quaranta
- 26 mar
- Tempo di lettura: 5 min
L’ultima volta che ho affrontato il tema dell’Intelligenza Artificiale, lo ammetto, mi sono mossa con cautela. Ho fatto le mie ricerche, ho messo a frutto la mia esperienza accademica, ma oggi è diverso.
Con il passare del tempo, l’Intelligenza Artificiale sembra integrarsi sempre più nella nostra realtà, e mi rendo conto che le mie conoscenze da sole non bastano più a spiegare ciò che sta cambiando, evolvendo e trasformandosi. Questa volta, però, sono più preparata: ho parlato con qualcuno che di informatica ne sa davvero.
Ciò nonostante, lo sapete, anche io voglio dire la mia e, ancora una volta, voglio mettere i puntini sulle "i". Il dibattito sull’Intelligenza Artificiale (IA) è oggi più attuale che mai, ma questo concetto non è certo nato con ChatGPT.
Il concetto di Intelligenza Artificiale trova le sue radici nell'antichità, con il pensiero filosofico. Aristotele per esempio, nel suo studio sui meccanismi del pensiero umano, si interrogava sulla possibilità di creare un dispositivo in grado di pensare, anticipando in modo visionario alcune delle questioni fondamentali che ancora oggi alimentano il dibattito sull'intelligenza artificiale.
Nonostante queste riflessioni fossero puramente teoriche e lontane dalla concretezza tecnologica, aprivano la porta a interrogativi profondi che riguardano la natura stessa dell'esistenza e la nostra comprensione del pensiero.
Tuttavia, nella filosofia non si tratta tanto di costruire qualcosa di tangibile, quanto di esplorare la possibilità teorica di un meccanismo che possa rispondere a domande esistenziali, quelle che ci aiutano a dare senso alla nostra esistenza nel qui e ora.
Andando avanti, ci spostiamo nel 1936, un anno cruciale per la storia mondiale. Mentre in Spagna Francisco Franco dava inizio alla Guerra Civile, a Berlino Adolf Hitler organizzava i Giochi Olimpici, cercando di consolidare il potere nazista, e in Italia il regime fascista, tra una medaglia e l'altra, rafforzava la sua politica e si preparava a intervenire al fianco della Spagna.
In questa pagina nera della storia dell’umanità, però, emerge una figura destinata a cambiarla per sempre: Alan Turing.

Se avete visto il celebre film del 2014 The Imitation Game, conoscerete già la sua storia. Nel 1936, Turing propose il modello teorico che gettò le basi per la creazione dei moderni computer e più di un decennio dopo, nel 1950, formulò il Test di Turing.
Si tratta di un metodo per determinare se una macchina sia in grado di esibire un'intelligenza comparabile a quella umana. Questo passo rappresenta una pietra miliare non solo per la computazione, ma anche per la nascita di un nuovo campo: quello dell'Intelligenza Artificiale.
Adesso che abbiamo chiarito a grandi linee il contesto storico di questa famigerata Intelligenza Artificiale, entriamo nel vivo e cerchiamo di capirci qualcosa in più.
Per comprendere cosa sia davvero l’IA, è necessario definirla.
L'intelligenza artificiale è un campo della computer science che si occupa di studiare e progettare algoritmi che facciano una scelta.
Si va a sottolineare come spesso si tende a confondere l’IA con le reti neurali generative, ovvero quei modelli matematici complessi in grado di produrre risposte coerenti e contestualizzate a partire da un prompt. Questi sistemi non possiedono una vera comprensione delle parole, ma si limitano a selezionare la risposta più probabile sulla base dei dati su cui sono stati addestrati.
In questo senso, l’IA non è un’entità pensante, ma un’evoluzione tecnologica che ha potenziato strumenti preesistenti in settori come la programmazione, la diagnostica medica e l’automazione industriale.
Ma si può veramente parlare di intelligenza?
La parola intelligenza associata a questi sistemi è davvero fuorviante? Secondo il nostro esperto di informatica, è così.
Negli anni, ci si è chiesti se fosse possibile stabilire se una macchina è 'intelligente', e molti hanno cercato di formulare metodi formali a tal proposito, come il famoso test di Turing. Tuttavia, le IA moderne non possono essere considerate davvero intelligenti, poiché non comprendono il significato delle parole, ma si limitano a restituire quella che è la risposta corretta secondo i dati su cui sono state addestrate.
Dunque, un chatbot o un generatore di testo non "comprende" ciò che dice. Restituisce solo il risultato statisticamente più coerente con il contesto. Non si tratta quindi di pensiero autonomo, ma di un sistema sofisticato di previsione delle parole.
Se possiamo riconoscere all'IA un'intelligenza di tipo matematico o calcolatorio, non possiamo dire lo stesso dell'intelligenza emotiva che caratterizza l'uomo. L'autenticità umana nasce da pensieri, sentimenti e ragionamenti che una macchina può forse simulare, ma mai replicare.
Viviamo in un mondo iperconnesso, dove, paradossalmente, la tecnologia sembra amplificare il nostro senso di solitudine, riducendo le interazioni sociali autentiche.
In questo contesto, prende piede quella che è stata ribattezzata la Terapia ChatGPT, molti psicologi, lo so, si rabbrividirebbero all'idea. Eppure, è proprio la solitudine – insieme alla noia e alla curiosità – che spinge sempre più giovani a confidare i propri segreti a un chatbot.
Personalmente sono molto scettica riguardo a questa tendenza. Mi ricorda il Diario di Tom Riddle, dove ogni confessione trova un conforto effimero, una parola che svanisce nel nulla, lasciando dietro di sé una solitudine ancora più tagliente.
Dov’è finita la fiducia? Dove è andata la voglia di aprirsi con il proprio migliore amico? Come siamo arrivati al punto di fidarci più di un’Intelligenza Artificiale che di chi ci conosce davvero?
La parola intelligenza deriva dal latino: inter + legere: leggere in mezzo, dedurre. L’intelligenza emotiva, quella che ci permette di comprendere e relazionarsi con gli altri, ha bisogno di deduzione, ma anche e soprattutto di empatia.
Come ci ha spiegato il nostro esperto di informatica, un’Intelligenza Artificiale non fa altro che replicare in base alle informazioni di cui dispone. E credimi, nessuno ti conosce meglio di chi ha condiviso con te il tuo bagaglio emotivo. Ne abbiamo parlato anche in un altro articolo, e ti lascio il link qui sotto per approfondire.
Ma torniamo a noi. Abbiamo parlato a lungo della vulnerabilità dell’Intelligenza Artificiale, e ora sorge spontanea una domanda: come si relazionano gli studenti di informatica con l’IA? La utilizzano? La considerano una risorsa o un ostacolo?
Mi capita di usare l’IA. Molte volte si rivela uno strumento estremamente utile per aumentare la produttività. Credo che l’IA possa essere un valido tool in alcuni ambiti, ma va utilizzata con saggezza.
Purtroppo, mi è capitato spesso di vedere alcuni colleghi affidarsi ciecamente ai contenuti generati, a volte senza nemmeno comprendere ciò che è stato prodotto. Le Intelligenze Artificiali non sono infallibili e possono commettere errori. Il loro risultato dovrebbe essere considerato solo un suggerimento.
Questa riflessione è particolarmente interessante perché evidenzia un rischio concreto: l’eccessiva dipendenza dall’IA.
Se utilizzata senza un adeguato spirito critico, potrebbe portare a una perdita di competenze fondamentali, soprattutto per chi lavora nel settore tecnologico. Vi fareste mai curare da qualcuno che si è laureato in medicina con l’aiuto di ChatGPT?
La perdita di competenze professionali non può essere facilmente colmata dalla stessa Intelligenza Artificiale. Come dicevo all'inizio, l'IA ha già avuto un impatto significativo su diversi ambiti della nostra quotidianità, ma inevitabilmente è il settore della programmazione quello che ne ha risentito di più. L’IA può assistere i programmatori, correggendo piccole imperfezioni nel codice, ma queste non sempre si rivelano davvero tali.
Da un lato, offre un supporto concreto, ma dall'altro non può sostituire l'occhio critico e l’esperienza umana, nemmeno nei campi di studio più pragmatici. La capacità di comprendere il contesto, di risolvere problemi complessi e di adattarsi alle situazioni più sfumate rimane prerogativa dell'essere umano.
E allora, qual è il futuro dell’Intelligenza Artificiale? Nonostante sia difficile fare previsioni precise, una cosa è certa: l’IA continuerà a evolversi e a influenzare sempre più aspetti della nostra vita. La vera sfida, ora, sarà riuscire a sfruttarla al meglio, trovando il giusto equilibrio tra automazione e le competenze uniche che solo l'intelligenza umana può offrire.
Questo articolo potrebbe essere stato generato dall’Intelligenza Artificiale e tu potresti non saperlo mai, ma se leggi tra le righe, spero che troverai un po’ di me.
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